CUONZOLIAMOCI

ABSTRACT
Il Cuònzolo
(parola di origine campana che trova in altre regioni italiane le declinazioni dialettali di  Consòlo, Conzòle, Consuòlo, Ricùnsulu) è un rituale di cordoglio che trova espressione della sua funzione consolatrice attraverso il banchetto funebre. Il banchetto funebre è un pasto di alleanza e di comunione che si presenta come forma di compensazione o di recupero generalmente organizzato da parenti, vicini, amici presso la casa di chi ha subito il lutto.

Mangiare assieme è una forma rituale di riscatto dalla crisi del lutto. La pandemia in corso (Covid 19) con il distanziamento sociale ci impedisce di sostenere i membri della nostra comunità o della nostra famiglia che subiscono un lutto. É in questo momento storico che riscopriamo l’importanza del contatto fisico a cui la società risponde con l’incremento nell’utilizzo degli strumenti di aggregazione digitale.
Il bisogno sociale di questi giorni ci spinge a ridisegnare i rituali che riportano la comunità al centro per una visione futura socialmente più sostenibile.

“Pensando a chi, come la mia famiglia o come me, nel bel mezzo della pandemia,
non potrà praticare il controllo rituale della sofferenza”.

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1.
CHE COS’E’ IL CUONZOLO
Il Cuònzolo (Consòlo, Conzòle, Consuòlo, Ricùnsulu) è un rituale di cordoglio che trova espressione della sua funzione consolatrice attraverso il banchetto funebre. Il banchetto funebre è un pasto di alleanza e di comunione della comunità del defunto, vissuto come compensazione o recupero.  Mangiare assieme è una forma rituale di riscatto dalla crisi del lutto. Come ogni rituale che affonda le radici nelle manifestazioni di cordoglio legate al culto dei morti, il Cuònzolo è espressione degli archetipi atavici legati al ciclo della vita, della morte e della rigenerazione. Le offerte di cibo sulle tombe sono descritte fin dai tempi dei greci e dei latini. L’usanza è poi riportata anche da Sant’Agostino, che parla “del costume dei Cristiani di portar su per i sepolcri della carne e del vino con cui si facevano i pranzi di devozione” (A.Romanazzi ).

IL RUOLO DELLA COMUNITA’ O RETE SOCIALE DEL DEFUNTO
In alcune regioni italiane, secondo la tradizione, in casa di chi è in lutto non è possibile cucinare per i tre o cinque giorni successivi al triste evento.
La comunità in segno di alleanza e comunione nutre i familiari con pietanze tipiche e non, organizzandosi in turni e pianificando la consegna del cibo.
Questa rete sociale comprende amici, parenti, vicini del quartiere, compagni di lavoro e sport, tutti coloro che hanno da sempre avuto un riguardo nei confronti del defunto e/o della sua famiglia.

ORIGINI E DECLINAZIONI IN ITALIA
Percorrendo la Penisola da nord a sud sono innumerevoli le usanze popolari connesse alle offerte di pane al defunto. In Brianza, nonostante l’opposizione del clero, fino al secolo scorso si celebrava il cosiddetto pasto dei morti, una riunione conviviale a cui erano invitati amici e parenti del defunto. In Campania si usava offrire il pane durante la veglia notturna e all’ingresso del cimitero. In Calabria si preparavano delle fette di pane per il morto, imbandendo attorno al catafalco una tavola con pane, vino, uova e legumi. Nella Provincia di Bari il pane veniva direttamente preparato sulla bara o sulle tombe affinché entrasse metaforicamente in contatto con il morto. Questo era un rituale di preparazione legato al cannibalismo in quanto cibarsi di quel pane equivaleva simbolicamente a cibarsi del defunto stesso. Nel Giorno dei Morti, quasi riproponendo il tema della necrofagia, in molti paesi della Penisola vengono preparati particolari dolcetti a forma di ossa, chiamati appunto ossa dei morti (A. Romanazzi, 2003), che vengono poi regalati ai bambini. Queste usanze restituiscono la visione dello stomaco come definitivo sepolcro del defunto, garantendogli una sorta di seconda morte. Lo stomaco viene eletto a sepolcro del cibo e così come il cibo trova riposo in esso, il defunto troverà riposo nella terra.

2.
LO SCENARIO PANDEMICO
Da quando l’uomo ha iniziato a organizzarsi in società, in nuclei di persone che convivono nello stesso spazio, le malattie contagiose hanno spesso trasformato le comunità in cui sono comparse, influenzando in modo decisivo il corso della storia.
Tredici le pandemie documentate negli ultimi 3.000 anni. La peste scoppiata durante l’impero di Giustiniano per molti segna il passaggio tra l’Antichità e il Medioevo. A metà del 1300, la peste nera era conosciuta per i suoi precedenti, ma le sue cause e il suo trattamento erano completamente ignorati. Solo cinque secoli più tardi venne scoperta la sua origine animale. All’inizio del secolo scorso si diffuse l’influenza spagnola, le truppe che si spostavano a causa del primo conflitto mondiale ne furono il vettore. L’alto numero dei morti (fino a cento milioni) destabilizzò economicamente e socialmente gli stati che uscivano dalla guerra. Diversi storici ritengono questa sia stata una concausa indiretta dello scoppio del secondo conflitto mondiale.
Negli ultimi decenni sono diverse le pandemie che hanno avuto origine in città asiatiche: nel 1957 il virus influenzale A (H2N2); dieci anni più tardi una variazione di questo virus, l’influenza di Hong Kong; nel 2003 la SARS, prima epidemia da coronavirus del ventunesimo secolo.
Il 31 dicembre 2019 la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan ha segnalato all’Organizzazione Mondiale della Sanità un cluster di casi di polmonite con cause ignote nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. Nel gennaio 2020 è stato identificato un nuovo coronavirus, poi denominato Covid-19. Siamo ancora in piena pandemia, la metà della popolazione mondiale è sottoposta a misure di isolamento e al momento si sono appena superati i 160.000 morti accertati. Come cambierà il nostro mondo con il Covid-19 è ancora da scrivere. Sappiamo solo che non sarà più lo stesso.

LE RESTRIZIONI
Dopo una prima esitazione, molti paesi hanno deciso di chiudere scuole, aziende e qualsiasi attività che non fosse fondamentale per la vita dell’uomo. Quasi cento nazioni hanno dichiarato lo stato di lock down, più di quattro miliardi di persone (circa il 52% della popolazione mondiale) sono state costrette o incoraggiate dalle loro autorità a rimanere confinate a casa per combattere la diffusione del virus. In un’emergenza come quella che stiamo vivendo, l’incertezza rispetto al futuro, il pericolo per la salute nostra e di familiari e amici, la condizione di isolamento sociale necessaria a fronteggiare l’emergenza comportano una inevitabile sensazione di perdita di controllo e stress. Le misure di confinamento hanno evidenziato fragilità e divario sociale. Già la crisi e l’austerità degli anni passati avevano duramente colpito le fasce più deboli della popolazione. Malgrado si stia pensando ad azioni di protezione e sostentamento per le fasce a rischio, una misura generale come l’uso della didattica a distanza finisce per accentuare le disuguaglianze già presenti. Questa infatti danneggia ulteriormente chi non ha accesso a internet (si pensi anche solo per ragioni geografiche, nelle aree interne) o non è in possesso di computer o altri dispositivi. Si parla di crisi dei paradigmi economici e sociali, si cerca di immaginare un futuro nuovo, ma il dubbio che il tempo in cui siamo rimasti sospesi sia troppo poco per rompere i sistemi attanaglia anche i più ottimisti. Non ci resta che attendere.

L’USO DEL DIGITALE
Sui social media nel 2019 il numero dei profili di persone decedute ha superato ampiamente quello dei vivi. Un dato significativo che ci ha spinto ad interrogarci sul destino dei profili social. Il social network blu ha già attivato nel lontano 2015, partendo dagli USA, una nuova funzionalità che prevede la possibilità per l’utente di scegliere, qualora dovesse morire, di lasciare quell’eredità digitale tanto curata in vita a una persona vicina, il contatto erede che gestirà la pagina commemorativa del defunto.
Siamo giunti a un punto cruciale dall’inizio dell’esistenza dei social media ed è lecito fermarsi a riflettere ancora più a fondo sul futuro dei dati prodotti in vita. Che fine faranno? Saranno oggetto di studio? Saranno forse un giorno dei reperti archeologici digitali da analizzare per comprendere la nostra civiltà? Entrando in questa visione futura aumenta di riflesso la responsabilità delle informazioni che mettiamo a disposizione del mondo, le tracce digitali riguardanti noi, i nostri usi e costumi. Aumenta la coscienza sociale dei dati che produciamo.

Ad aprile 2020, nel pieno della pandemia generata dal Covid-19, il New York Times pubblica una ricerca prodotta da SimilarWeb e Apptopia con i dati relativi all’incremento esponenziale nell’utilizzo di alcuni strumenti digitali di aggregazione sociale. Con il distanziamento sociale nuove vie di connessione si sono aperte e la videochat si è rivelata quella preferita. È emerso che non è più abbastanza rimanere connessi attraverso messaggi e chiamate vocali, ma abbiamo una forte necessità di vederci. È cresciuto l’interesse per l’ambiente fisico in cui viviamo, vogliamo conoscere come si sta evolvendo il quartiere in cui abitiamo a causa delle misure di quarantena. Abbiamo scoperto di essere improvvisamente diventati dipendenti dai servizi che abilitano lo smart working e che ci permettono di seguire le attività di formazione dei corsi di studio.

Il Dr. Li Wenliang, medico cinese nella città di Wuhan, è morto di coronavirus il 6 febbraio 2020, all’età di 34 anni. Aveva provato ad avvertire il suo paese ma è stato messo a tacere. Quando ha annunciato sulla piattaforma social Weibo (l’equivalente cinese di Twitter) di essere positivo al virus è diventato un eroe, dopo la sua morte un martire. Una volta scomparso milioni di persone hanno visitato il suo profilo per rendergli omaggio e parlare con il suo spirito. Qualcuno chiama il suo profilo Il muro del pianto cinese, un riferimento chiaro al Muro del Pianto di Gerusalemme. Questo luogo d’incontro digitale ha permesso alla popolazione di condividere tristezza, frustrazione e anche speranza con qualcuno che hanno amato e in cui hanno creduto. Le persone visitano il profilo, scrivono i loro pensieri ed escono. Non si arrabbiano, non accusano e quando interagiscono fra di loro si incoraggiano e si abbracciano virtualmente. Gli utenti hanno lasciato messaggi augurandogli il buongiorno e la buonanotte, gli hanno scritto che la primavera è arrivata, hanno condiviso la notizia di essersi innamorati o di voler divorziare, gli hanno lasciato alcune foto di cosce di pollo fritto, il suo piatto preferito. Gli hanno sussurrato di essere in lutto.

Negli Stati Uniti il mondo scientifico ha iniziato a domandarsi il significato dello svolgimento dei riti funebri al tempo del Covid-19. La Hospice Foundation of America ha organizzato un webinar coinvolgendo le categorie del settore per discutere delle restrizioni su funerali e altre cerimonie legate alla morte al tempo della pandemia, individuando le possibili ripercussioni a livello psicologico e sociale per famiglie e comunità in cordoglio. L’obiettivo è quello di indagare gli impatti del cambiamento sul valore terapeutico dei funerali e giungere al suggerimento di rituali alternativi che possano essere d’aiuto alla rete sociale del defunto. Limitare gli accessi, valutare lo streaming del funerale, rimandarlo, registrare i rituali.

Nella città di Frosinone, in seguito alla chiusura dei cimiteri e al divieto dei funerali, il sindaco ha messo a disposizione della propria comunità un nuovo servizio. Ha deciso di fare uso di strumenti digitali per permettere alla popolazione di dare l’estremo saluto ai propri cari e alleviare le loro sofferenze. Su richiesta, tramite WhatsApp, si può prenotare una visita in streaming di due minuti al cimitero per poter pregare sulla tomba del defunto.

“Vedi il pronto soccorso? I pazienti Covid-19 entrano soli, nessun parente li può assistere e quando stanno per andarsene lo intuiscono. Sono lucidi, non vanno in narcolessia. È come se stessero annegando, ma con tutto il tempo di capirlo”, ha ammesso con dolore la dottoressa Francesca Cortellaro, primario del pronto soccorso dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano.  In quei drammatici momenti, i pazienti non hanno neanche la possibilità di avere i propri cari ai loro fianco. La malattia è troppo contagiosa. “Lei era una nonnina, voleva vedere la nipote. Ho tirato fuori il telefonino e gliel’ho chiamata in video. Si sono salutate. Poco dopo se n’è andata. Ormai ho un lungo elenco di video-chiamate. La chiamo, lista dell’addio, spero ci diano dei mini iPad, ne basterebbero tre o quattro, per non farli morire da soli”, ha continuato la dottoressa. Da questa stessa intervista è nata l’iniziativa che ha visto fornire a strutture ospedaliere e hospice gli strumenti digitali per l’ultimo saluto.

È cambiato il modo in cui usiamo internet e probabilmente, anche quando la pandemia sarà superata, le nostre abitudini digitali saranno mutate. L’utilizzo dei social come strumento relazionale è cresciuto esponenzialmente: internet è lo strumento a servizio delle relazioni e non la relazione stessa.

MISSION
Cuònzoliamoci si propone di innestare la tradizione nel mondo contemporaneo, ora pandemico, facendo leva sugli strumenti tecnologici a nostra disposizione.
Cuònzoliamoci vuole essere un motivo di riflessione sull’impatto emotivo che il contatto fisico, di cui siamo privati, genera nel rituale tradizionale.
Cuònzoliamoci intende fornire strumenti di progettazione (in vita per i vivi) di un proprio rituale di morte, un tempo fisico e ora virtuale per necessità, che aiuti i propri cari a elaborare il lutto anche grazie alla rete sociale, la comunità che gli si stringe attorno in segno di comunione e alleanza.
Cuònzoliamoci vuole raccogliere un insieme di storie di pietanze, oggetti e momenti narrati dagli invitati al rituale, il cui protagonista è il defunto.
Cuònzoliamoci si propone di lasciare ai posteri, oltre alla memoria, un’eredità digitale che possa essere in futuro oggetto di studio, come le tombe delle civiltà antiche e gli oggetti che contenevano lo sono state per la nostra.
Cuònzoliamoci vuole aiutare a rileggere la morte come fulcro di nuove relazioni digitali.
Cuònzoliamoci è il rituale del controllo della sofferenza, digitale.
Cuònzoliamoci non è un atto di rifiuto della tradizione.
Cuònzoliamoci non ha la volontà di opporsi all’atto fisico né la presunzione di sostituirlo.
Cuònzoliamoci non vuole essere un social network dei defunti.

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CONCEPT
L’antropologo De Martino definisce l’esistenza dell’uomo primitivo come perennemente in bilico tra l’affermazione di sé e della propria presenza e l’universo labile in cui vive. In questa profonda instabilità, la morte di una persona cara è l’evento dirompente che può segnarne il tracollo. Da una situazione tale, l’uomo primitivo impara a difendere la propria precaria esistenza dando vita al controllo rituale della sofferenza. Grazie a questo, l’individuo viene restituito alla vita e il defunto si trasforma in un’ombra protettrice.
La tradizione vuole che alla morte di un membro della comunità, i vicini di casa, i familiari, gli amici, i parenti, si stringano all’unisono intorno a chi ha subito il lutto. Per i successivi tre giorni (fino a cinque in alcune cittadine d’Italia) in casa del defunto non è possibile cucinare. Nelle abitazioni, infatti, il fuoco veniva alimentato quotidianamente per poter cucinare, e la fiamma è ancora intesa come vita, nel suo significato ancestrale. Pertanto, all’atto della perdita di un proprio caro, quella fiamma si spegne. La comunità interagisce virtuosamente per organizzare il menù del pranzo e quello della cena, per diversificare l’alimentazione e far sì che non manchi mai del cibo in casa del defunto. L’insieme di valori che il Cuònzolo per secoli, quali la comunione, l’alleanza e l’accettazione del lutto come evento comunitario, oggi inizia a venir meno per questioni legate all’evoluzione della società e al minore tramando di tradizioni e rituali, oppure per agenti esterni improvvisi, come nel caso della pandemia di Covid-19. Le comunità geograficamente interne e di dimensioni contenute hanno mantenuto alcuni aspetti di questo rituale, mentre quelle dislocate in territori ampi non vivono più l’atto consolatorio del raccoglimento collettivo che segue una perdita. In tempi di pandemia, le restrizioni legate al distanziamento sociale hanno però interrotto bruscamente il rituale ovunque. Per questo motivo rinasce dal profondo l’esigenza di difendere la propria precaria esistenza attraverso il controllo della sofferenza.
La pandemia con il distanziamento sociale ci impedisce di sostenere i membri della nostra comunità o della nostra famiglia che subiscono un lutto. È in questo momento storico che riscopriamo l’importanza del contatto fisico, a cui la società risponde con l’incremento nell’utilizzo degli strumenti di aggregazione digitale.
Il bisogno sociale ci spinge a ridisegnare i rituali che riportano la comunità al centro per conservarli anche in una visione futura socialmente più sostenibile.

Into-the-food_cuonzoliamoci_performanceImmagini della performance.

LA PERFORMANCE
Il defunto è sulla scena, indossa ancora la mascherina. Il virus Covid-19 è stata la causa della sua morte. La sua famiglia non ha ricevuto il sostegno della comunità a causa delle misure di restrizione dovute alla pandemia. La rete sociale di cui faceva parte il defunto ha l’opportunità di incontrarsi attraverso il rituale. Il Cuònzolo si fa digitale.
Una persona modera l’incontro. Gli invitati si sono riuniti in uno spazio virtuale. Amici e familiari, hanno ricevuto un invito redatto dal defunto in cui aveva lasciato le richieste destinate ad ognuno, le sue ultime volontà. Attorno alla tavola sono raccontate storie di cibo e di oggetti, di amicizie, di legami viscerali, spesso sconosciuti al resto degli invitati. La famiglia beneficia del conforto della comunità, il rituale è messo in scena e attraverso i racconti il loro dolore è lenito.

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La tavola
Le webcam degli invitati al banchetto mostrano le tavole bianche, imbandite con le pietanze e gli oggetti richiesti dal defunto. Nell’etere rimbombano le storie di ognuno, testimonianze personali del legame che li univa al defunto e racconti riguardanti le sue ultime volontà. Gli invitati, composti, vestono di nero.

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Il cibo
Gli invitati, una volta fatte le presentazioni e condivise le storie con il resto della comunità, consumano le pietanze richieste loro dal defunto. Mangiare assieme è una forma rituale di riscatto dalla crisi del lutto. Come il cibo trova riposo nello stomaco, così il defunto troverà pace nella terra.

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Gli oggetti
Un ultimo segno tangibile. Questo è quanto viene richiesto dal defunto agli invitati. Ogni oggetto, impregnato della sua storia unica, diviene un’opera d’arte. Romani e greci antichi usavano porre all’interno delle tombe tutti gli utensili, il vestiario e persino le pietanze fresche che sarebbero servite al defunto per continuare gloriosamente la vita nell’aldilà. Lo studio di questi elementi ci ha permesso di conoscere le origini di questi popoli, nonché le nostre. Oggi molte comunità continuano a fare lo stesso. Gli invitati condivideranno l’opera d’arte, narrandone il significato per la propria relazione con il defunto.

Nome del defunto: Alessio Mignacca (designer Into the Food)
Famiglia: Antonella Mignacca (designer Into the Food) , Federica Mignacca.
Comunità o rete sociale: Elmano Ricarte, Fabrizia Sabatino, Antonio Puzzi, Sofia Tremontini, Alessio Gozzi, Milena Oropallo, Manlio Paglione, Emilia Amato, Giorgio Sokoll e Chiara Braidotti, Alan Zirpoli e Maria Elena Tita, Mirco Zullo, Maria Angela Dell’Aquila, Danilo Perozzi.
La rete sociale di Alessio è stata invitata a prendere parte alla performace. Amici e familiari sono stati informati del progetto ma non è stato fornito un copione né studiata una sceneggiatura; quanto è accaduto durante la performance è stato il frutto di un’interazione spontanea.

SCENARI FUTURI
La morte e gli strumenti digitali
Le immagini dei media ritraggono i pazienti e i loro parenti, i malati intubati e isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali. I singoli individui vivono l’incubo di affrontare il decorso della malattia e, ancor peggio, di morire completamente da soli. Il Covid-19, come fosse un incidente inatteso  ci priva all’improvviso dei corpi, lascia le vicende personali sospese nel nulla, influenzando impietoso l’immediato post-mortem impetendo le celebrazioni dei funerali. I corpi delle vittime di Bergamo trasportati dai mezzi militari nella notte verso i forni crematori di altre regioni, rimarranno per sempre impressi nelle nostre menti.
In una situazione del genere le tecnologie digitali hanno rappresentato una soluzione possibile e significativa: se la presenza fisica è sospesa le identità digitali ci vengono in aiutano. Gli strumenti digitali hanno permesso ad alcuni malati di tenersi in contatto con i familiari e gli stessi funerali in streaming sono stati una risposta a un bisogno sentito, per quanto parziale. In ogni caso si è visto che la scomparsa improvvisa dei corpi e la mancata celebrazione del rito funebre possono creare danni duraturi nei familiari.

I rituali nelle comunità fisiche e digitali
Se finora le nuove forme di comunicazione digitale avevano assestato un duro colpo alle relazioni di prossimità, durante la pandemia questi stessi strumenti hanno rappresentato una risorsa proprio per mantenere quei legami. Il dualismo tra comunità fisiche e digitali sembra essere superato, finalmente l’interazione mediata dalle tecnologie acquisisce un senso rafforzando le relazioni reali di chi non può condividere spazi fisici. La possibilità di utilizzare rituali millenari legati alla morte che riportino al centro le comunità, come il Cuònzolo, trova un senso attraverso il digitale, con l’adattamento della tradizione alla liquidità della società attuale.
Partendo da ciò che avveniva, ai tempi del Covid-19 la tavola e il cibo diventano lo spazio virtuale attorno a cui si stringe la rete sociale. Le comunità stesse da tempo sono costituite da cittadini del mondo che hanno a fatica mantenuto una legame con i territori di origine. Spesso il desiderio di partecipazione a celebrazioni e rituali trovava come limite la distanza e la mancanza di strumenti per annullarla. Superata questa pandemia potrebbero nascere opportunità e contesti culturali nuovi, pronti ad accogliere risposte inedite ai bisogni umani.

Piattafome per raccogliere un’eredità digitale e connettere le persone
Si apre ora la possibilità di creare spazi condivisi tra il fisico e il digitale, capaci di innescare nuove dinamiche relazionali.
Il Cuònzolo si snoda intorno ad una tavola virtuale e reale, dove il cibo e gli oggetti, aiutano a mettere in scena le storie legate alla relazione umana tra i partecipanti al rito e  il defunto. La comunità si racconta e il rituale compie la sua azione catartica.
Questi stessi spazi potrebbero essere delle nuove piattaforme digitali, in cui le persone riunite fisicamente attorno a una tavola possano estenderla virtualmente a chi è connesso, per condividere cibo e oggetti attraverso le storie. La raccolta di questi racconti, a fine esperienza, diventano un’eredità digitale che rimane alla famiglia. Questi spazi di incontro tra le persone, durano il tempo del rituale per poi chiudersi per sempre. Attraverso strumenti come la blockchain, la tecnologia oggi ci permette di tracciare digitalmente in maniera irreversibile un contratto, un’azione, un’ultima volontà. Possiamo pensare che i nostri posteri, i Miners delle future civiltà, si occuperanno di archeologia digitale e potranno studiare la nostra civiltà negli usi e costumi, come noi abbiamo fatto con le precedenti.

Bibliografia
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Yuan Li, How Thousands in China Gently Mourn a Coronavirus Whistle-Blower
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Video
Making Funerals Meaningful in the Age of COVID-19
hospicefoundation.org
Ritrovata intatta sulla Tiburtina la tomba di un atleta dell’antica Roma
ww.video.repubblica.it

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